Mongolia

Tutto è iniziato il 23 dicembre 2022…

Nei mesi che hanno preceduto il 23 dicembre, eravamo intenti a pensare a quale viaggio intraprendere, quel viaggio che ci eravamo ripromessi di fare, Federica, mia figlia, ed io, quando fossi finalmente andato in pensione. Tra le varie ipotesi prese in considerazione vi era anche la Mongolia. Informandoci su questo paese ci siamo resi conto di quanto fosse interessante la sua storia e la sua cultura. In particolar modo ci hanno affascinato gli Eagle Hunters, i cacciatori di tradizione kazaka, nomadi che vivono nella steppa, abitano in tende chiamate gher, e che nel corso di millenni hanno affinato l’arte della caccia con l’aquila di cui vedremo in seguito… E così, il 23 dicembre abbiamo prenotato il nostro tour presso un’agenzia del posto, la View Mongolia Travel di Ulaanbaatar. Nonostante manchino nove mesi circa alla partenza, di tanto in tanto, sarò costretto a subire le paturnie di Federica che è ansiosa per il timore che qualcosa possa andare storto. Voli annullati, agenzia poco affidabile, la mancata presenza all’aeroporto della navetta dell’hotel, ecc. Era troppa la voglia in lei di fare questo viaggio, non voleva rinunciare per il presentarsi di un qual si voglia inaspettato inconveniente.

12 settembre. Sveglia all’alba, ultimi preparativi e poi via verso Malpensa. Volo fino a Ulaanbaatar con scalo a Francoforte. Finalmente dopo una giornata in viaggio atterriamo all’aeroporto Gengis Khan a pochi chilometri dalla capitale. Il primo ostacolo è superato. Come previsto, l’autista mandato dall’hotel ci sta aspettando. A Ulaanbaatar è quasi l’alba, durante il tragitto rimettiamo gli orologi per portarli avanti di 6 ore e scatto questa foto.

13 Settembre. Visita alla capitale. L’hotel dove alloggiamo si trova nei pressi della Sukhbaatar Square, la principale piazza di Ulaanbaatar . E’ da lì che inizia il nostro percorso alla scoperta della città. Nella piazza risiede il palazzo del Parlamento e sede del Governo della Mongolia. Al centro del palazzo, in cima alla scalinata è presente la statua di Gengis Khan. Come sempre, quando mi trovo in una città con la macchina fotografica al collo, approfitto per catturare qualche scatto di Street.

La seconda tappa ci porta al Dashchoilin, un monastero di monaci tibetani. Entriamo e ci accoglie il suono dei canti e delle preghiere. L’atmosfera che si vive all’interno è magica. Un monaco ci indica che dobbiamo muoverci in senso orario. Malgrado fossero tutti impegnati nei loro rituali, non è mancata la curiosità nei nostri confronti e così, più di un monaco, interrompendo per un istante la propria partecipazione alla preghiera, ci ha chiesto da dove provenissimo. Non ci siamo fatti mancare nemmeno qualche giro alle ruote della preghiera, all’esterno del monastero. E’ stata un esperienza mistica che ci ha davvero coinvolto positivamente.

La terza tappa ci ha portato al Naran Tuul Market, il grande mercato all’aperto di Ulaanbaatar. Se ci si vuole immergere nella cultura mongola, è necessario passare anche da qui. E’ molto vasto e vende merce a basso costo, è frequentato da abitanti della città e nomadi, oltre che naturalmente da turisti. Le guide avvertono di stare attenti ai borseggiatori, noi non abbiamo avuto alcun problema, tutto sommato l’ambiente era tranquillo e nessuno prestava molta attenzione a noi.

Dopo una squisita cena nel ristorante dell’albergo, annaffiata da un’ottima birra, usciamo per una passeggiata serale. Grazie alla collocazione del nostro hotel, raggiungiamo nuovamente Sukhbaatar Square in pochi minuti a piedi. Troviamo una piazza gremita di gente, soprattutto giovani, in un’atmosfera da città occidentale, con il palazzo del governo e l’intera piazza sapientemente illuminati. Non mancano le fontane a luci colorate.

14 settembre Puntiamo la sveglia alle 3 del mattino per prendere il volo interno delle 6:20 che in due ore ci porterà a Ulgii, una cittadina dai tetti colorati all’estremo occidentale del paese, vera destinazione del nostro viaggio. Partenza in orario, arrivo a destinazione alle 8:20 circa. Ci troviamo sorpresi da quanto è piccolo l’aeroporto di Ulgii, sembra tuttalpiù una stazione di autobus. Qui tutto è più semplice e a misura d’uomo, si scende con la scaletta dall’aeromobile fermo accanto al terminal e a piedi si attraversa il poco spazio che li separa. Immagino che molto tempo fa fosse così dappertutto. E’ un po’ come fare un salto nel passato. Rimettiamo nuovamente gli orologi, qui la differenza del fuso orario è di 5 ore.

Ad attenderci troviamo la guida mandata dall’agenzia che ci prende in carico per condurci nel campo gher, Altai Lodge, dove risiederemo per 4 giorni. Ci viene assegnata una delle tende presenti nel campo, entriamo, deponiamo i bagagli e ammiriamo i colori vivaci e gli ornamenti che ci si presentano davanti. La gher è bellissima, ci sentiamo subito a nostro agio.

Il tempo di riposarci un pochino dal lungo viaggio ed ecco che si parte per la visita alla città di Ulgii. La guida ci porta in auto ai piedi di una bassa collina, bassa rispetto alla città, ma non in assoluto, visto che Ulgii si trova già in altura, a circa 1710m s.l.m. Da qui, percorrendo una breve salita a piedi, giungiamo ad un punto panoramico da dove si ha una splendida vista della città e del fiume che la lambisce, l’Hobda. Ci spiega la guida che il monumento posto sulla terrazza di questa collina è stato donato dai cinesi in occasione del 75° anniversario di Ulgii come dono di amicizia.

Torniamo in città per la visita al centro e al mercato, comprendente anche una sorta di macelleria, ma non proprio corrispondente a quelle a cui siamo abituati. Ci portiamo poi sulla piazza principale di Ulgii per il pranzo, in un ristorante che si affaccia sulla stessa, dove tra l’altro, assaggiamo un ottima birra mongola. In tutto questo tempo non sono mancate le occasioni per un po’ di Street e qualche acquisto in un negozietto di souvenir. Infine la guida ci riaccompagna al campo gher. Sono le 14:00, da lì a un’ora conosceremo il driver e la guida che ci prenderanno in carico per i successivi 4 giorni. Saranno loro a portarci al Golden Eagle Festival.

Come da programma alle 15:00 ci vengono presentati Denzka e Ankhaa. Si instaura subito un rapporto reciproco di simpatia e si fissa un orario per la cena che avverrà in un ristorante kazako in città. Abbiamo il pomeriggio libero e così decidiamo di perlustrare la zona nei dintorni del campo, naturalmente con le nostre Fuji. Dapprima ci portiamo sulla riva del fiume e poi ci avviciniamo all’abitazione di un tale che vive in una fatiscente costruzione, intento a caricare il suo Uaz. Ci guardiamo intorno e ci rendiamo conto della vastità del territorio che ci circonda. In Mongolia risiedono meno di 3,5 milioni di abitanti su una superficie che è vasta cinque volte quella dell’Italia. Questa condizione trasmette pace interiore.

Alle 18:30 ci facciamo trovare pronti per recarci al ristorante. La cena è ottima e abbondante. Rientriamo al campo, Denzka e Ankhaa si congedano per la notte. Dormono comunque anch’essi al campo e si raccomandano di chiamarli in caso di necessità, anche durante la notte. Come ci eravamo prefissati, malgrado la stanchezza, usciamo nuovamente con macchine fotografiche e cavalletto a caccia di stelle. Purtroppo il campo è illuminato da un potente faro che ci impedisce di ottenere scatti decenti. Ci spostiamo appena fuori dal campo ma non ci fidiamo ad allontanarci troppo, il terreno è impervio e al buio potrebbe essere pericoloso. Non vogliamo rovinarci la vacanza con una caduta o una slogatura. Ci accontentiamo di restare appena fuori dalle mura che circondano il campo e quello che riusciamo ad ottenere è questo…

15 Settembre. Sveglia presto e colazione al campo gher in compagnia di Denzka e Ankhaa. Non vediamo l’ora di metterci in viaggio per incontrare i nomadi della steppa. Il cielo è azzurro e la temperatura piacevole. Alle 9:00 puntuali partiamo a bordo di un SUV e ci godiamo un tragitto fatto di strade sterrate e polverose, che corrono lungo la steppa.

Facciamo una breve sosta a Sagsai, un paesino in mezzo alla steppa dove visitiamo una piccola moschea dai colori pastello. Nella piazza del paese troneggia un camion russo d’epoca sul quale vi è apposta una targa che ne dichiara la percorrenza record, un milione di chilometri. Di contorno, come sempre, un po’ di Street.

Riprendiamo il viaggio, tra piste e guadi. Percorsi alcuni chilometri prendiamo atto di quanto sia bravo Denzka a districarsi su questi percorsi tortuosi, senza mai un’incertezza e senza mai metterci in condizioni di doverci preoccupare. Scopriremo presto che è anche bravo a creare per noi occasioni che vanno al di là del programma. Infatti, lungo il percorso, notiamo un nomade a cavallo nella steppa. Denzka non esita a fermare il SUV e a bloccare l’uomo per coinvolgerlo in una chiacchierata in una lingua per noi del tutto incomprensibile. Ne esce così uno shooting fotografico improvvisato a cui il nomade si presta volentieri, posando con fierezza davanti all’obiettivo. Scopriamo contemporaneamente che anche Denzka è appassionato di fotografia e trafficando nel bagagliaio del SUV ne estrae la sua fotocamera. Quando il nomade capisce che siamo soddisfatti, ci invita nella sua gher per offrirci ristoro, come da tradizionale ospitalità mongolo/kazaka.

Ringraziamo e salutiamo. Molto apprezzato da parte nostra questo inaspettato fuori programma. Eravamo a conoscenza dell’ospitalità di questi nomadi ma non pensavamo si spingesse fino a questo punto. Prendiamo posto sul SUV e ripartiamo. Di nuovo piste sterrate e guadi eseguiti magistralmente da Denzka. Restiamo nuovamente impressionati dalla vastità del territorio che ci circonda e che ci mette addosso calma e serenità.

Finalmente in tarda mattinata raggiungiamo la nostra meta, la famiglia nomade che ci attende. Uno dei componenti è un Eagle Hunter, un cacciatore con l’aquila che più tardi ci mostrerà le sue abilità. Ma prima entriamo nella loro gher, ci raccomanda Ankhaa di entrare con il piede destro, nel rispetto delle tradizioni nomadi. Con l’aiuto di Ankhaa, avviamo una conversazione con il nomade capo famiglia. Notiamo che, come l’altro nomade, anche lui trasmette calma, si intuisce che nella loro semplicità, conducono certamente una vita più serena, con schemi ben lontani da quelli a cui, nostro malgrado, siamo abituati. Federica rivolge alcune domande in inglese ad Ankhaa che traduce e ci riporta la risposta. Nel frattempo ci vengono offerti prodotti tipici fatti in casa, ricavati perlopiù dal latte. E’ piacevole stare in questa atmosfera di cortesia e serenità, malgrado sia una visita programmata e organizzata, ci sentiamo accolti con vera ospitalità e premura. La conversazione verte sull’antica tradizione kazaka della caccia con l’aquila che si tramanda ancora oggi di padre in figlio nelle aree dell’estremo ovest della Mongolia. Ci spiegano che è la femmina d’aquila ad essere catturata dal suo nido (ancora aquilotto) in quanto per natura più grande dell’esemplare maschile e tendenzialmente più aggressiva. L’aquila verrà allenata dal cacciatore per alcuni anni, fino a che non sarà in grado di cacciare per lui prede come, ad esempio, volpi o lepri. La carne dell’animale ucciso verrà usata per sfamare l’aquila; la pelliccia servirà invece al cacciatore per creare indumenti caldi e resistere così ai rigidi mesi invernali. In queste zone, infatti, le temperature in inverno possono scendere anche a -40 gradi. Allo stesso modo la pelliccia può essere venduta in cambio di soldi, per provvedere a sostentare la famiglia del cacciatore. Il legame che si crea tra i due è fortissimo ma questo reciproco vantaggio durerà circa 7 anni, quando l’aquila verrà poi rilasciata in modo che possa riprodursi e assicurare la sopravvivenza della sua specie.

Ci spostiamo all’esterno per una dimostrazione pratica di come si monta una gher, in qualche modo partecipiamo all’opera.

E finalmente la tanto attesa dimostrazione di caccia con l’aquila. Uno spettacolo dal fascino antico che ci sbalza in una realtà lontana, lontana dalla nostra cultura, lontana da tutto quello che sono i nostri paradigmi. Non manca la prova costume da parte nostra.

Ci riconducono nella gher per il pranzo. Un capiente vassoio viene posizionato in centro al tavolo. Hanno preparato per noi il piatto caratteristico mongolo/kazako, il Beshbarmak. A noi vengono fornite le forchette, loro usano le mani, ed essendo il piatto un po’ brodoso, non mancano di succhiarsi le dita tra un boccone e l’altro. Chiudiamo un occhio e ci serviamo.. La carne è ottima.

Sulla strada del ritorno sostiamo ancora a Sagsai, questa volta per assistere ad uno spettacolo musicale. Nella piazza antistante il teatro troviamo alcune ragazzine in costume che prenderanno parte allo spettacolo. Si dimostrano molto affabili e ben disposte a farsi fotografare.

Rientro al campo alle 18:00, cena kazaka presso il campo alle 20:00. Uscendo dal bagno per la toilette prima del sonno, porto un ospite in tenda. All’ingresso, annunciato di avere con me un ospite, Federica preoccupata e sorpresa mi ammonisce, si trova in déshabillé. Poi vede l’ospite in questione, una gatta che dopo alcune coccole fuori dal bagno, mi ha seguito con tutta l’intenzione di non lasciarmi più. Dormirà con noi fino alla nostra partenza.

16 Settembre. E’ arrivato il tanto agognato giorno del Festival, il primo dei due in programma. Ore 9:00 partenza dal campo con destinazione Lago Tolbo, 2080m s.l.m. Dobbiamo percorrere circa 65 km su una strada che, a differenza del solito, è perlopiù asfaltata. Lungo il percorso Denzka ci propone una sosta in un punto panoramico per alcuni scatti. Il paesaggio è suggestivo, quasi marziano, lo sguardo si perde nell’immensità della steppa.

Raggiungiamo la meta e immediatamente ci troviamo circondati da Eagle Hunters in attesa di esibire le loro abilità con le aquile e con i tradizionali giochi a cavallo. Siamo trasportati in un’atmosfera surreale. E’ decisamente come essere catapultati in un altro mondo, un mondo diverso dal nostro e tutto da scoprire.

Ha inizio il Festival. Ci posizioniamo a ridosso della bandella che delimita la spianata dove si effettueranno le esibizioni. Siamo in una buona posizione. La nostra premurosa guida, ci fornisce a sorpresa, due sgabelli che ci aiuteranno ad evitare la faticaccia di restare in piedi per tutta la mattinata. La prima esibizione prevede che i cacciatori a cavallo si portino nel mezzo dell’ampio spazio sotto alla collina per poi richiamare, con le loro tipiche urla, la propria aquila. Questa si trova sul braccio di un altro cacciatore posto sull’altura, pronta a rispondere al richiamo. L’aquila scendendo in volo dalla collina dovrebbe catturare la preda, un fantoccio di pelliccia di volpe, trascinato sul terreno dal cacciatore a cavallo. Restiamo a bocca aperta di fronte alla maestosità del volo del rapace.

Qui alcuni degli scatti fra i meglio riusciti presi durante l’esibizione.

Arriva la pausa pranzo, Denzka e Ankhaa ci portano nella tenda allestita con tavoli e sgabelli. Il pranzo è buono e abbondante. Ritroviamo lì anche la nostra prima guida a cui avevamo espresso il nostro desiderio di poter ascoltare un Throat Singer, Le armonie prodotte da questi cantanti mongoli sono spesso descritte come suoni magici e ipnotici, in grado di trasportare l’ascoltatore in un altro mondo. A livello tecnico, questi cantanti sfruttano la gola e le corde vocali per creare due suoni armonici distinti. Questo canto ha avuto origine tra le tribù indigene turco-mongole dei monti Altai e Sayan della siberia meridionale e della Mongolia occidentale. Ancora una volta, il personale della View Mongolia Travel, si dimostra attento e disponibile ad offrire anche più di quello che è previsto dal programma. I suoni e i “versi” di cui è capace il cantante ci incantano. Impossibile da spiegare, bisogna ascoltare per rendersi conto delle abilità del tutto particolari di questi cantanti.

Nel pomeriggio riprende il Festival. E’ il momento del Kyz Kuar, tradizionale gioco di equitazione che rappresenta il corteggiamento. Sia l’uomo che la donna corrono fianco a fianco sui loro cavalli. L’uomo cerca di sfuggire all’ira della donna che lo frusta instancabilmente. Uno spettacolo simpatico e divertente.

A seguire è la volta di un altro tradizionale gioco, il Tiyn Teru, sempre eseguito a cavallo, nel quale il cavaliere al galoppo e in piena velocità, deve raccogliere da terra un piccolo drappo di stoffa rossa. E’ uno spettacolo incredibile, i cavalieri fanno numeri paragonabili a quelli degli acrobati circensi. Si piegano con tutto il corpo sul fianco del cavallo restando appesi per una sola staffa. Il povero cavallo lo si vede esibirsi in vistose smorfie per il tiro del morso, inevitabilmente dato lo sbilanciato peso che deve sopportare.

Il primo giorno di Festival è terminato, abbiamo il tempo di portarci sul lago per qualche scatto di paesaggio. Mentre ci dirigiamo verso la riva, notiamo in distanza cinque degli Eagle Hunters che avevano appena partecipato al Festival. Galoppano verso la nostra direzione e così Denzka blocca il SUV, scendiamo dall’auto e facciamo appena in tempo a riprendere questa fantastica sequenza di scatti molto dinamici.

Procediamo per la riva per i nostri scatti di paesaggio.

E’ l’ora di rientrare al campo gher, durante il viaggio riguardiamo un po’ gli scatti della giornata, siamo stanchi ma soddisfatti della coinvolgente rappresentazione e dalle foto ottenute. Cena kazaka al campo e rientro in gher per la notte, il cielo nuvoloso non dà spazio ad altri scatti di astrofotografia. Batterie sotto carica e controllo attrezzatura per affrontare la seconda giornata di Festival.

17 Settembre. Al risveglio, per prima cosa faccio gli auguri a Federica. Oggi è il suo 30° compleanno, un compleanno diverso da tutti gli altri, un compleanno che sicuramente sarà difficile da dimenticare. Si torna al Lago Tolbo per il secondo giorno di Festival. E’ una giornata fredda e ventosa. Scende anche del nevischio. Malgrado fossimo ben coperti ed equipaggiati ci stavamo congelando. Tra l’altro il Festival tardava ad iniziare. Nell’attesa troviamo ospitalità in una gher e ci scaldiamo al calore di una stufa.

Finalmente inizia il Festival. La prima esibizione ha a che vedere con l’abilità dell’aquila e l’intesa con il suo cacciatore. Non mi concentro tanto sull’esibizione, quanto sul riuscire ad ottenere i più suggestivi scatti che sia possibile.

Il secondo gioco è una prova di abilità e forza. Si chiama Bushkashi, consiste nel cercare di strapparsi, gli uni agli altri, una carcassa di capra decapitata, stando a cavallo. Anche in questa tradizionale specialità non mancano le acrobazie e le contorsioni dei cavalieri in sella al cavallo.

Il festival è terminato, il vincitore è Hairem, qui in suo momento di relax.

E’ ancora relativamente presto e quindi decidiamo di tornare anche oggi sulla riva del Lago Tolbo. Qui, alcuni fotografi professionisti, stavano eseguendo uno shooting fotografico con alcuni dei cacciatori che avevano partecipato al festival. Grazie a Denzka e Ankhaa, ci imbuchiamo nello shooting, prestando la massima attenzione a non disturbare le loro riprese. La richiesta dei fotografi ai cacciatori è quella di galoppare verso di loro con le aquile tenute alte con il braccio teso. Prima di essere finalmente soddisfatti, l’operazione si ripete diverse volte, per la nostra gioia. Lo spettacolo è molto coinvolgente in quanto, come si vede in questa sequenza, i cacciatori e i loro cavalli sembrano quasi arrivare fino ad investirci.

Cena kazaka al campo, rientro in gher per la notte e come sempre, batterie in carica e controllo attrezzatura.

18 Settembre. Ultimo giorno a Ulgii, abbiamo il volo che ci riporterà a Ulaanbaatar alle 15:30. Entro le 10:00 dobbiamo lasciare la gher e così, dopo colazione, decidiamo di fare un ultimo giro intorno al campo per fare ancora qualche scatto paesaggistico.

Ore 10:00, carichiamo le valige sul SUV, torniamo in città per un ultimo giro con Denzka e Ankhaa che ci accompagneranno, dopo pranzo, in aeroporto e ci aiuteranno con il check-in. Abbiamo il tempo di far visita a un’altra moschea, dove veniamo accolti con gentilezza e disponibilità dall’imam che ci mostra una cartina con rappresentata la dislocazione di tutte le moschee presenti in Mongolia. Ci lascia poi soli per un momento di raccoglimento. Negli spostamenti tra moschea, ristorante e aeroporto non mancano altre occasioni di Street, con i ragazzini che usciti da scuola si dirigono verso casa e alcuni scatti alle bancarelle presenti nella piazza centrale.

Ed eccoci in attesa del volo. L’aereo è in ritardo e al suo arrivo, sulla pista, viene eseguita la cerimonia di inaugurazione. Evidentemente l’aereo che ci riporterà a Ulaanbaatar è nuovo. Tanto nuovo che comprende anche la “sauna”… l’aria condizionata non funziona e ci toccano due ore di volo soffocanti.

19 Settembre. Dopo una notte a Ulaanbaatar presso lo stesso hotel del primo giorno, raggiungiamo di nuovo l’aeroporto per il volo che ci porterà a Francoforte e poi da lì a Milano Linate. La vacanza è finita, Federica e io siamo pienamente soddisfatti di come sono andate le cose. Stanchi e desiderosi di tornare a casa ma felici di aver realizzato questo viaggio insieme, il viaggio che per tanti anni abbiamo sognato. Mi sono reso conto che Federica e io siamo stati complementari, laddove io stavo commettendo un errore o ero distratto, lei mi correggeva e viceversa. Questo si è verificato durante tutta la nostra permanenza in Mongolia. In questo modo abbiamo evitato di commettere stupidate che avrebbero potuto crearci qualche disagio. E il prossimo viaggio quale sarà?

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